Prendo spunto da un’intervista a Moni Ovadia sul Fatto Quotidiano per alcune riflessioni ed uno sfogo. Ovadia riflette sul fatto che per le celebrazioni per il 150° della cosiddetta unità d’Italia (o annessione che dir si voglia) abbiamo assistito a millanta concerti, prime alla Scala, esecuzioni di inni nazionali, opere di Verdi a sbrego, e non un cenno è stato fatto alla sterminata produzione popolare di canzoni che esiste in questa bordellosa penisola.
Ritengo che il punto centrale sia stato centrato perfettamente da uno dei commentatori: “si è trattato solo di una domenticanza, nel senso peggiore del termine”.
Perchè la dimenticanza ha sempre un significato: lo dice uno che dimentica sempre tutto in giro. Non si dimentica l’appuntamento con la ragazza di cui si è innamorati. Non si dimentica di mangiare quando si ha fame.
“La classe dirigente del nostro stato non ha la più pallida idea del fatto che le classi subalterne producono continuamente cultura”: canzoni, teatri di strada, proverbi, rivolte e ancora rivolte. Ingessati nelle loro celebrazioni ufficiali, usi ad amministrare e a comandare, razza padrona, ripetono in modo ossessivo sempre i soliti atti svuotati di significato: le celebrazioni della Battaglia del Piave o di Pozzuolo, la commemorazione dei Caduti, la Bandiera, la Finanziaria che tassa la Casa ed il Tabacco, i Sacrifici Necessari , la Resistenza (la loro, ingessata e democratica, non quella vera con la minuscola, sanguinosa, quotidiana, rivoluzionaria e crudele come tutti i moti di popolo), la Crescita del PIL. E ovviamente non gli passa nemmeno per la mente che la gente, collettivamente, sarebbe in grado di effetturare delle altre scelte, e che queste scelte potrebbero essere altettanto o più valide delle loro ricettine neoliberiste responsabili.
Incapaci, come tutte le classi dirigenti dei periodi di decadenza, di partorire concetti nuovi, incapace di vedere che il loro mondo sta crollando (e il nostro assieme al loro) continuano a riproporre gli stessi stanchi atti da decenni, poichè questo fino ad ora ha garantito non il consenso, ma abbastanza consenso da avere accesso al potere.
La classe dirigente istituzionale è sterile. È il popolo che si muove. Minoranza, certo: ma non è minoranza quella che si è accorta che siamo nei guai. Minoranza è quella che i guai li capisce, e che si muove per evitarli anzichè aspettarli come si aspetta un temporale. Ormai non conto più le persone che mi han detto che gli piacerebbe avere una campagnetta, perchè è bello e perchè non si sa mai: avere un posto dove imparare a coltivare i propri pomodori può sempre essere utile. Conto ancora, ma faticano a starmi sulle dita, le persone che han voluto o vorrebbero entrarci. È dal popolo che è nata la finanza etica, il commercio equo, l’agricoltura biologica; è dal popolo che sono nate Seattle, Genova e Occupy Wall Street. È dal popolo che sono nati i movimenti per l’acqua e contro il nucleare.
Popolo? Non sono i soliti intellettuali?
È vero, il livello di istruzione medio di chi partecipa a queste e migliaia di altre realtà è più elevato della media, ma non è questo il punto. Si tratta di persone che vivono del proprio lavoro: laureati o meno, con un dottorato in tasca o con la terza media, la vera discriminante è tra loro e chi vive per una rendita di posizione, perchè ha enormi capitali da investire o perchè serve chi li ha, magari convinto in buona fede (perchè alla stupidità non c’è limite) di essere un amministratore responsabile.
Dal popolo sono nati anche movimenti razzisti che stanno prendendo sempre più piede: orribili, ma spesso risposta sbagliata a domande giuste dettate dai cambiamenti che stiamo vivendo: perchè chi si lamenta perchè non lavora a causa dei negri, alla fin fine, è pur sempre uno che ha bisogno di lavorare.
E sia ben chiaro che non voglio esaltare il lavoro, che i vecchi ebrei avevano ragione a raccontare come punizione per aver osato assaggiare il frutto dell’albero della conoscenza. Voglio solo sottolineare la differenza tra chi produce qualcosa e chi è un parassita della società.
Per cui la dimenticanza delle canzoni popolari ha la stessa ragione d’essere del preferire un governo tecnico alle elezioni che si potrebbero stavincere; ha le stesse radici profonde per cui il principale partito dell’autodefinitasi sinistra non ha una visione alternativa di quella che potrebbe essere la società, e si avvolge in un Tricolore di cui alla sua base naturale di riferimento non glie ne potrebbe fregare di meno, nella speranza di apparire abbastanza bravi e seri da convincere qualche conservatore in più a votare per loro. Nel frattempo la gente coltiva i propri pomodori, canta le proprie canzoni, si organizza per conto proprio incontrandosi e parlando per prepararsi allo tsunami che viene, che tutti sentono quelli che hanno orecchie ed occhi e peli sulle braccia, se solo stanno fuori un attimo all’aria: perchè prima dello tsunami arriva il vento, ma il vento non lo senti se stai chiuso in casa a celebrare l’Unità d’Italia.
Dedico questo post al progetto PecoraNera. Mi piacerebbe essere con voi, questo fine settimana, ma è impossibile. Spero che potremo conoscerci presto di persona. Vi abbraccio,
Scialuppe
