Todo cambia   3 comments

Cari lettori e care lettrici che ci avete pazientemente seguito fin qui,

 

questo è l’ultimo post di questo blog. Mi trasferisco qui.

La campagnetta si è trasformata, persone sono andate e persone nuove sono venute. Non dirò niente di questo, perché rientra nella sfera della vita personale di noi che l’abbiamo vissuta e la viviamo. Ma questo blog nasce come produzione collettiva di una realtà che non esiste più, legato ad un preciso momento storico delle nostre vite che è stato importantissimo e bello ma è finito, anche se mentre lo vivevamo ci pareva potesse essere eterno.  Per quanto mi riguarda, resta in bocca il sapore un po’ d’Arcadia dell’incoscienza, dei pomeriggi passati a zappare al sole, delle cazzate fatte insieme, della gioia della presenza reciproca, fosse amicizia, fratellanza o amore secondo le persone che avevo davanti. E resta la campagnetta, ovviamente. Solo che non ha più senso scriverne qui. Il prolungamento artificiale della vita impedisce di partire per altre mete. Non è detto che saranno migliori, non è detto che saranno peggiori: solo saranno diverse.

I miei post resteranno, perché cancellare il passato sarebbe cosa sciocca, se lo facessi io. Verranno letti sempre di meno e lentamente si dissolveranno nell’oblio digitale, come è giusto che sia…e io, conservatore compulsivo come sono, me ne stamperò una copia in carta priva di acidi che resisterà secoli e, dopo il crollo della nostra civiltà, rimarrà come testimonianza di quello che passava per la mente di un piccolo gruppo di intellettuali contadini che sentiva il crollo in arrivo e tentava di prepararsi. Si vabbè, ho letto troppa fantascienza. Senza ombra di dubbio tra cento anni Youtube esisterà ancora, la terra sarà un giardino e avremo risolto tutti i nostri problemi tramite la tecnologia e l’ingegno che caratterizza la nostra specie.

Mi trasferisco qui, dicevo. Era un blog che usavo come scratch (quanto mi piacciono gli anglismi!), quindi alcuni dei post si riferiscono a situazioni passate, sono più brutali del necessario, molto espliciti o estremamente personali. Alle volte, politicamente scorretti. Io vi ho avvertito.

Grazie a tutte le persone che ci hanno seguito. Buon viaggio, e buona fortuna

Scialuppe

Pubblicato 5 marzo 2016 da scialuppe in Uncategorized

Ripassi   Leave a comment

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Eros ha squassato il mio cuore, come raffica che irrompe sulle querce montane. E’ tramontata la Luna con le Pleiadi, la notte è a mezzo, il tempo trascorre, e io dormo sola. (Saffo)

Pubblicato 1 dicembre 2015 da scialuppe in bellezza, Donne

Aria fritta   Leave a comment

Ipocrisia o schizofrenia?

La guerra del PKK/YPG/YPJ in Rojava è una guerra a tutti gli effetti. Eppure le stesse persone ed organizzazioni che, giustamente a mio parere, la sostengono, e che nelle locandine delle iniziative a sostegno del federalismo libertario non si fanno scrupolo di ritrarre un sacco di gente con kalashnikov in mano e in divisa (magari delle belle miliziane kurde dagli occhi di cerbiatta), ecco che poi diffondono volantini con lo slogan “tutte le guerre contro di noi, noi contro tutte le guerre”. Anche contro la guerra partigiana? Anche contro la guerra in Spagna nel ’36? Anche contro la guerra zapatista?

 

Allora sarebbe il caso di decidersi: o si è pacifisti e si rifiuta l’uso della guerra in ogni e qualunque caso, o si smette di usare slogan che, rispettabili di per sè anche se non da me condivisi, non corrispondono affatto alla realtà delle proprie posizioni, ma servono solo a mantenere il piede in due scarpe: quella dei movimenti rivoluzionari anticapitalisti (o aspiranti tali: definire rivoluzionari i movimenti europei è una barzelletta al limite del ridicolo) e quella dei movimenti pacifisti di sinistra.

 

Personalmente non ritengo che si tratti di ipocrisia ma di una drammaticamente scarsa capacità di analisi che da anni affligge regolarmente tutti i “movimenti anticapitalisti” (chiamiamoli così), che si pasciono di slogans e ai quali un’attività purchèssia va bene, purchè ci si possa agitare un po’ e darsi l’impressione di fare qualcosa, anche se poi a conti fatti in quanto a capacità di influire sulla realtà si è meno di zero, compresa la propria realtà quotidiana. “Su e giù per la politica come la pelle del cazzo”, per citare un vecchio slogan NOTAV. Tristezza.

Pubblicato 26 novembre 2015 da scialuppe in Uncategorized

Friggitoria   Leave a comment

Ora di esercizi sulle moltiplicazioni tra polinomi. Fuori piove.

Un ragazzo si alza in piedi, si avvicina alla finestra e l’apre. Annusa.

“Ragazzi, fuori c’è odore di buono e di libertà.”

Pubblicato 29 ottobre 2015 da scialuppe in Uncategorized

I furlani, le nutrie e i numeri naturali   Leave a comment

Un insieme si dice chiuso rispetto ad un’operazione se il risultato dell’operazione (o della sua inversa), effettuata tra due numeri dell’insieme, sta ancora nell’insieme di partenza.
Ampliando l’insieme, in pratica, lo si chiude.
Sugli insiemi numerici: ampliamo N a Z per chiudere rispetto all’addizione, Z a Q per chiudere rispetto alla moltiplicazione,etc…

Se i tuoi ragazzi non capiscono gli esempi su N o su Z, prova questo:
Definiamo l’operazione “riproduzione” che combinando due esseri umani ne produce un terzo. L’insieme dei furlani NON è chiuso rispetto all’operazione riproduzione, perché due furlani potrebbero avere un figlio triestino. Stessa cosa per i bisiachi e gli esquimesi.
L’insieme “umanità” invece è chiuso rispetto all’operazione “riproduzione” perché il figlio di due esseri umani è sempre a sua volta un essere umano e non potrà mai essere, ad esempio, una vacca o una balena.

Di solito a questo punto capiscono e ricordano per ben  dieci minuti il significato di chiusura ed ampliamento: poi iniziano a fare strani controesempi riguardanti esseri umani e nutrie, alle volte con allusioni poco eleganti al comportamento dei rispettivi genitori.

Pubblicato 26 ottobre 2015 da scialuppe in Uncategorized

Perchè non pubblico immagini di bambini morti   Leave a comment

Abbiamo ricevuto questo testo, che è stato scritto per il nostro blog da Igor Londero. Lo pubblichiamo molto volentieri.

Il testo, ispirato dalle ormai famose foto del corpo di Aylan Kurdi, rientra in pieno nell categoria “fuori tempo massimo”: quella delle cose dette apparentemente troppo tardi quando ormai non ne parla più nessuno. Oppure, da un punto di vista più zapatista, meditate con calma ed espresse a bocce ferme. Buona lettura,

Scialuppe

 

Quando Carlo Giuliani fu ucciso, il 20 luglio 2001, cambiarono molte cose. Sul momento non furono in pochi ad accorgersi che una di queste era relativa allo “sguardo”: lo sguardo dei presenti ma anche lo sguardo di chi era rimasto a casa, davanti alla TV o al computer. Per la prima volta un evento come il G8, e gli scontri che ne seguirono, furono ritratti e mostrati non solo dai media tradizionali ma anche da una moltitudine di sguardi anonimi in grado di divulgare le proprie immagini su media del tutto nuovi.

Molto era cambiato da quasi 30 anni prima quando, l’8 giugno 1972, su una strada del Viet Nam del sud, venne scattata una foto a una persona di 9 anni, Kim Phuk. La foto, pubblicata non senza tentennamenti sui principali quotidiani statunitensi, passò alla storia come una delle più sconvolgenti foto di guerra mai scattate: cadeva un primo steccato tra ciò che si poteva e non si poteva mostrare.

Fig.1 Banksy  Le foto (stavolta si deve usare il plurale) al corpo di Giuliani rappresentarono un ulteriore scarto in tal senso. L’esposizione del dolore, apparentemente senza mediazioni, raggiunse grazie al moltiplicarsi dei punti di vista e alle potenzialità divulgative di internet dei livelli inimmaginabili solo pochi anni prima. Se pubblicare la foto di Kim Phuk fu un atto di rottura per nulla scontato, pubblicare sulla propria bacheca Facebook una delle innumerevoli foto di Giuliani, è un atto ormai banale, alla portata di tutti. Basta un click.

Oggi basta un click e molti si sentono in diritto/dovere di pubblicare la foto shock della settimana. Frattaglie di umani in una strada africana, compagni macellati in Turchia, bambine terrorizzate in Siria, persone arenate su una spiaggia del Mediterraneo, poveracci massacrati da ignoti nelle carceri italiane. Si ritiene in tal modo di denunciare violenze subite, scuotere anime, ‘svegliare la gente’. Ma qual’è il confine tra il diritto/dovere di informare, documentare, denunciare ed il rispetto del dolore altrui? Fino a che punto posso appropriarmi dell’immagine di una persona e farne a sua insaputa un’icona o un simbolo?

E ancora: l’esibizione del dolore, come dell’orrore o dell’assassinio, è davvero uno strumento accettabile per chi lotta contro la violenza degli oppressori?

Un interessante punto di vista su come la nostra società sia cambiata accettando una sempre maggiore spettacolarizzazione del dolore è un raffronto tra come venne trattato il tema dei campi di sterminio nazisti in due film girati a distanza di 33 anni: Kapò, di Gillo Pontecorvo, e Schidler’s list di Steven Spielberg.

Nel 1960 a Gillo Pontecorvo non fu perdonato il modo in cui trattò la morte di una deportata. Nella discussa scena del suicidio di una deportata, che si lancia contro i fili elettrici della recinzione, il regista inquadra l’attrice, con una carrellata in avanti da alcuni (Jacques Rivette) definita un’“abiezione” per l’eccessiva spettacolarizzazione della morte. Il fatto di aver vissuto sulla propria pelle le leggi razziali nel 1938, non garantì al regista nessun patentino di impunità, né lo fece la sua militanza politica antifascista: la bontà del messaggio non giustificava un’inappropriata scelta del veicolo. Il fine non giustificava il mezzo.

Nella di tutto questo accadde a Spielberg nel 1993. A lui venne permesso di adoperare in Schidler’s list tutti i trucchetti ed i colpi bassi di cui l’inventore del moderno blockbuster è capace. Il più celebre riguarda la “bambina dal cappotto rosso” (digitate proprio “bambina dal cappotto rosso” e google la troverà per voi). Fig.2 Bambina dal cappotto rosso  Il film, nella sua parte storica, è tutto in bianco e nero, con la significativa eccezione della “bambina dal cappotto rosso” che mi viene spesso in mente quando vedo le bacheche degli “amici” di FB esporre la foto di bambini annegati, impauriti, denutriti e via dicendo. Il modo di filmare di Spielberg, fantastico quando è leggero, terribile quando vuole “fare sul serio”, mi pare veramente significativo quando si parla di perdere la bussola etica di ciò che si può mostrare e vedere in termini di dolore altrui. Il meccanismo che Spielberg usa si definisce “ricattatorio”. In pratica si tratta di un colpo basso emotivo: sfrutto un’immagine così indiscutibilmente toccante per cui tu non puoi rimanere indifferente e se non lo fai sei un mostro. Tra l’adesione incondizionata e il distacco critico la scelta è d’obbligo. O ci stai o sei un antisemita. O ti commuovi o sei un insensibile. Come ogni pubblicitario sa, i bambini sono perfetti per questo scopo. Ottimi per accaparrarsi l’8 per mille se denutriti o venderti qualcosa se sorridenti. Spielberg piazza lì questa bambina e sa che il film vincerà come minimo sei sette oscar, sbancherà i botteghini e sarà inattaccabile ad ogni tipo di obiezione perché chi resta insensibile di fronte a Cappuccetto Rosso mandata al macello può solo stare dalla parte dei lupi. Il meccanismo ricattatorio è in sintesi un modo per far passare un’idea bypassando ogni senso critico. Usando un’espressione di moda, “si parla alla pancia”. Si evita di sviluppare un ragionamento, di confrontarsi con il senso critico dell’interlocutore, e lo si pone davanti ad un aut aut in cui non è contemplata alcuna possibile discussione di metodo o di merito. Fig.3 Train de vie  Curiosamente Cappuccetto Rosso appare anche in un altro film su questo tema, Train de Vie: nella scena successiva al rogo della sinagoga dello stetl dei protagonisti, c’è una madre dentro ad un carro bestiame che racconta ai figli un fiaba per dare loro speranza. Fa finta di leggerla da un libriccino su cui campeggia il cui titolo “Le Petit Chaperon Rouge”. Pare si possono ancora trattare questi temi in modo efficace con il linguaggio della fiaba.

Ovviamente Spielberg non ha inventato niente. Chi ha da millenni posto al centro del proprio immaginario l’esposizione del dolore sono naturalmente i cristiani, che nelle loro chiese servono sempre un crocefisso agonizzante con martiri di contorno, ma in generale questa è una pratica molto apprezzata da tutti gli altri sistemi di potere. Ad esempio il sacrificio è un ingrediente ottimo per cucinare il culto della patria. Nei monumenti ai caduti si rappresentano morte e sofferenze dei soldati e questo crea empatia. Chi fa notare, per dirne una, che quei caduti non son partiti per offrire la propria vita ma per toglierla ad altri, non ha rispetto per i morti, è cattivo, insensibile e merita un fracco di manganellate.

Ecco: io credo che dobbiamo recuperare un po’ di senso del pudore. Non il pudore falso, ipocrita di chi fa di nascosto quello che si vergogna di fare alla luce del giorno. Ma il pudore dei terremotati friulani che si rifiutavano di piangere a favore di telecamera ed anzi prendevano a sassate i turisti che venivano a fotografarli. Il pudore di chi pretende solidarietà perché è giusto riceverla e rifiutano la carità data a chi ci fa pena. Il pudore di chi sa fare un passo indietro per rispetto del dolore altrui. Il pudore del gatto che va a morire dove sa che non lo troverai. Il pudore di chi sceglie di condividere le proprie emozioni quando e con chi ne ha voglia e non le svende per un quarto d’ora di notorietà e qualche “mi piace”. Il pudore da contadino del sud di Nicola Sacco, infastidito dal sentirsi acclamare con il diminutivo di “Nick” da una folla di sconosciuti.

Anche il pudore dell’amico che sa quando lasciarti in pace.

fig. 5 Fornero Per queste ragioni credo che ci siano cose che si possono o non si possono mostrare, ed anche cose che non abbiamo il diritto di vedere. Ciò almeno per chi crede che i mezzi debbano sempre essere coerenti con i fini, per chi crede che siano i mezzi che una persona adopera a rendere la sua lotta condivisibile o meno.

Non si dovrebbe mai pubblicare o collaborare alla diffusione di immagini di persone che non hanno dato il proprio assenso consapevole (e quindi mai di minori). Al riguardo ci sono pure delle leggi che vengono fatte rispettare se sei il figlio di Madonna ma non se sei una profuga siriana terrorizzata dal fotografo. Alcuni rivendicano il diritto di pubblicare la foto dei propri figli. Secondo me hanno lo stesso diritto di pubblicare le foto dei figli di quanto abbiano diritto di abusarne in altri modi. Ma questo è un altro discorso.

C’è poi da considerare il voyerismo che in se è una pratica rispettabile se fatta tra persone consapevoli e consenzienti, ma riprovevole se manca questo requisito. Non parlo solo di sesso, anzi, questo è il meno (però pensateci, quando pubblicate foto dei vostri figli). Parlo di snuff movies e video su youtube che riprendono pestaggi e torture. Tutto ciò tra un buffo gattino e un bel tramonto.

Il fine NON giustifica i mezzi, cioè il dolore altrui non va usato per fare propaganda, anche su temi sacrosanti. Alcuni pensano che la gente vada ‘svegliata’ con immagini truculente. Secondo me no, alla lunga si ottiene l’effetto contrario, ovvero l’assuefazione e la necessità di rincarare ogni volta la dose. C’è pure un che di machista nel dire: “io c’ho il coraggio di pubblicare la verità” e urlare “svegliaaa!” agli altri. L’immagine di Kim Phuk ha mostrato per la prima volta ciò veniva negato dai media, ma ora i media ci sguazzano, Zuckerberg ci guadagna, tutto è banalizzato e tra un paio di settimane una nuova immagine atroce ci farà dimenticare la vecchia finché Oliviero Toscani ci farà una campagna per la Benetton e Spielberg un film da oscar interpretato da uno dei figli di Wil Smith. Oltretutto non credo che questa immagine faccia “male” ai miei nemici più di quanto vedere Mussolini appeso per i piedi faccia male a me.

Certe immagini non comunicano niente, non documentano, non informano. Solo 30 anni fa forse non era così, ma il nostro problema non è reperire informazioni, ma organizzarle. Questo vale per la polizia che non riesce più a gestire i dati delle troppe telecamere sul territorio ma anche per chi cerca di fare ricerca o informazione. Il fatto è che la comprensione di un fenomeno si basa solo in parte sul numero di informazioni che disponiamo di esso, mentre ben più importante è la capacità di rielaborare tali informazioni. Viviamo in un’epoca in cui ottenere informazioni è facilissimo (con un paio di click puoi vedere come i narcos messicani interrogano qualcuno usando una motosega) ma rielaborarle è difficile e costa fatica. Si tratta di analfabetismo funzionale di massa.

Dare importanza e rielaborare poche informazioni è molto più utile che divulgarle tutte a casaccio. Chiunque abbia sperimentato la sua parte di dolore saprà che tra chi ti sta accanto c’è chi capisce al volo di cosa hai bisogno, che sa quando parlare e quando stare zitto, e chi invece non ci arriva neanche se gli sbatti sotto agli occhi le tue ferite aperte. Non si capiscono le cose per la quantità di informazione che si hanno su di essa, ma ci vuole sensibilità, profondità e intelligenza nel rielaborarle. La foto di moda alcuni mesi fa era quella della bambina terrorizzata perchè scambiava una macchina fotografica per un’arma. L’indifferenza di quel fotografo per la paura che stava incutendo mi ha fatto rabbia e un po’ anche chi l’ha condivisa senza chiedersi se il soggetto in questione fosse d’accordo di diventare un simbolo nella loro fottuta bacheca di FB. A questo punto si può porre una delle domande che ci siamo posti all’inizio in un altro modo: la collettività ha diritto di imporre ad un singolo di diventare veicolo di un messaggio? Secondo me, no.

Con tutto ciò non sono un esperto di comunicazione e non so calcolare gli effetti di un’immagine nell’immaginario collettivo. Ma su certe cose bisogna ragionare prima di condividerle. Un mese fa in Turchia una bomba è stata esplosa ad un raduno di giovani socialisti. Del fatto esistono varie immagini che mostrano gli effetti della bomba. Fig. 4 SurucPoi esiste un autoscatto dei ragazzi sorridenti prima dell’esplosione. Divulgare la prima che senso ha? Come mi insegna? Si vede di peggio in una qualunque puntata di Dexter. La seconda mi ha commosso. Mi ha ricordato tutte le volte che ho visto dei compagni sorridenti, mi ha fatto pensare a tutte le volte che sarebbe potuto (e potrà) toccare a loro. Ripeto, senza essere uno psicologo o un esperto, mi viene da pensare che questa foto sensibilizza, quella con i cadaveri straziati desensibilizza

Si tratta di ragionare su che tipo di mondo vogliamo collaborare a creare. Personalmente credo che l’unica rivoluzione che possa interessarmi debba essere intrisa di gaiezza, sensibilità, delicatezza, empatia. I ricatti morali e la religione le lascio ai preti. Incluso il culto della libertà.

Pubblicato 21 ottobre 2015 da scialuppe in Uncategorized

Significati   Leave a comment

Domanda: ma “assoluzione perchè il fatto non sussiste” cosa significa: che Erri de luca non ha mai sostenuto che il TAV va sabotato? Questo non è vero. Significa forse che l’ha sostenuto ma questo non è istigazione a delinquere? Allora la formula avrebbe dovuto essere “assolto perchè il fatto non costituisce reato”.
Non capisco, qualcuno del rampo potrebbe spiegare?
Non sarà una comoda scappatoia della corte per liberarsi di un caso mediaticamente scomodo mentre invece continua a processare decine di casi di NoTAV meno famosi e meno esposti?

Pubblicato 19 ottobre 2015 da scialuppe in Uncategorized