Apicoltura e censura   Leave a comment

Segnalo un articolo interessante sulla morìa delle api di qualche tempo fa, aggiungendo nel seguito dei commenti indicativi, al di là dei dati tecnici forse un po’ pesanti che fornisco, di due approci completamente diversi ai problemi ecologici e ai problemi sociali.

L’articolo è interessante per vari motivi. Innanzitutto perchè pieno di strafalcioni, il che non è strano per uno che di apicoltura non sa nulla. L’autore è un dottore in neuroscienze ma soprattutto un “anarcocapitalista”, ferocemente contrario a qualsiasi tipo di pensiero di tipo sociale o collaborativo, con un’attitudine verso l’ecologismo che è di stampo prettamente anglosassone-repubblicano: ossia favorevole alla cosiddetta “wilderness” ed un certo amore verso gli animali allo stato brado e la natura incontaminata, ma assolutamente contrario a qualsiasi tipo di ecologismo sociale. Inutile dire che, con queste posizioni, si trova vicino al cosiddetto “movimento libertario” che a Pordenone semina mais OGM, e ad una visione industrialista dell’agricoltura, sostenendo però che l’agricoltura industriale non è altro che una forma di natura, in quanto l’uomo stesso è natura (taglio con l’accetta). Gli attacchi agli “ambientalisti duri e puri” o “ambientalisti della domenica” sono in puro stile Libero o il Giornale: dipinti come un unicum indistinto, tutti idioti con tendenze da fricchettone (” mondo artificiale che gli ambientalisti credono vergine e primigenio”) salvo poi scrivere un articolo da cui è palese che non ha mai avuto a che fare con un’arnia in vita sua.

Il secondo motivo di interesse sta nel fatto che le mie risposte alle sue argomentazioni sono state censurate (NOTA POSTERIORE: in seguito alla pubblicazione di questo ed alla pubblicità resa dallo Scorfano, che ringrazio, sono state rese di nuovo pubbliche, ma non completamente. In particolare è stata eliminata la parte in cui contestavo gli attacchi agli “ecologisti della domenica”, facendo notare che proprio gli agricoltori industriali che lui sostiene commettono gli abominii che lui denuncia). Avevo scritto delle risposte assolutamente neutre e tecniche, come apicoltore con quasi vent’anni di esperienza nel ramo. Non avevo fatto alcuna polemica ed in particolare sulla sua ideologia, che ovviamente non condivido ma che non c’entrava con il contenuto specifico dell’articolo. Mi ero astenuto dal commentare sugli insulti agli “ecologisti”. I miei commenti, tecnici su un argomento di cui l’autore per sua stessa ammissione non è un esperto, non sono stati approvati ma censurati. Per uno che si definisce anarchico, non c’è male.

Fortunatamente, ne avevo conservato uno (al quale in seguito avevo aggiunto due specificazioni che purtroppo si sono perse, ma amen).

Lo riporto qui sotto, dopo l’articolo. In sintesi la mia tesi è la seguente: la causa contingente della morìa di api è data dai neonicotinoidi, che sono stati il colpo di grazia ad un’apicoltura che si svolge in zone (come la pianura padana) dove l’ecosistema è completamente saltato, il che è il problema principale. La riprova consiste nel fatto che nelle zone di montagna la mortalità delle api è stata bassissima, nonostante la presenza di quei virus e batteri a cui Fabristol dà la colpa della sparizione delle api e che, con ogni probabilità, sono batteri approfittatori. Che le api domestiche tolgano spazio vitale alle api selvatiche, è una tesi che non sta in piedi: le api selvatiche e le api domestiche sono abbondanti in zone dove sono presenti boschi e zone incolte, convivendo fianco a fianco in modo tranquillo poichè occupano nicchie ecologiche diverse, e spariscono entrambe o sopravvivono a stento nelle pianure densamente coltivate. Che l’intera popolazione mondiale di api possa subire un tracollo improvviso nel giro di un anno o due a causa dell’eccessiva densità di api che avrebbe causato pandemie, poi, è una tesi che definire azzardata sarebbe un eufemismo (la diffusione della varroa – e io sono abbastanza vecchio da ricordarmene l’arrivo sulle arnie dei miei genitori- è durata anni a ritmi lentissimi)

Insomma, lascio parlare Fabristol e di seguito riporto la mia risposta. Buona lettura, a chi fosse interessato.

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Fabristol: Negli ultimi anni ho seguito con interesse il caso del declino delle colonie di api domestiche (colony collapse disorder, CCD) per alcuni motivi: mi interessa seguire i casi di sensazionalismo giornalistico/mediatico soprattutto quando si tratta di temi che riguardano la biologia e l’ambientalismo; la cosa mi ha puzzato di marcio fin dall’inizio. Ora vorrei  cercare di costruire alcuni ragionamenti in questo post insieme a voi per dimostrare come questa psicosi abbia delle basi sbagliate, premettendo che non sono un esperto di apicoltura (nonostante mi interessi di entomologia).

In breve, per chi non lo sapesse il numero di colonie di api domestiche negli ultimi anni è calato vertiginosamente in tutto il mondo creando le solite psicosi da fine del mondo, imputando la loro morte alle più disparate attività umane: dagli insetticidi ai campi magnetici dei cellulari, dall’inquinamento al global warming ecc. (nominate un’attività umana a caso e questa verrà indicata come la causa del declino delle api). Pare che finalmente si sia scoperto che la morte delle colonie sia derivata da una serie di fattori che se presenti nella stessa colonia possono distruggerla: questi fattori sono un virus (IIV-6) e un fungo parassita, Nosema cerenae.

Ma quello su cui vorrei focalizzare la vostra attenzione è sulla storia delle api, cosicché possiate contestualizzare ciò che è successo. Di specie di api ne esistono a decine di migliaia (oltre 20.000) in tutto il mondo ma solo alcune producono miele e solo alcune di queste vengono addomesticate dall’uomo. La più famosa e più usata è Apis mellifera o ape europea. A. mellifera è originaria del continente euroasiatico e si è spostata in altri continenti come le americhe e l’Australia insieme agli esseri umani (esatto, l’orso Yogi che mangia il miele nel Parco di Yellowstone può farlo solo grazie all’introduzione umana del genere Apis nel 1600), come ratti, gatti, piccioni e tutti i simbionti e parassiti che ci portiamo dietro da decine di migliaia di anni in qualsiasi posto andiamo. Ora A. mellifera è diventata un po’ come Canis lupus familiaris, ovvero il cane: cioè è una specie addomesticata che occasionalmente può anche diventare selvatica quando l’attività umana è meno pressante (per esempio colonie di api selvatiche esistono in natura solo in quei territori dove non ci sono attività umane; questo a causa della competizione con le colonie addomesticate). Quindi le api vivono e si riproducono grazie a noi e la simbiosi è così forte che senza l’uomo A. mellifera in molte zone del pianeta probabilmente si estinguerebbe a causa della competizione di altri insetti impollinatori, a causa della mancanza di alveari artificiali, di cure farmacologiche, e soprattutto a causa dell’assenza del loro cibo preferito: i fiori delle piante domestiche piantate dagli uomini.

Di fatto le api da miele hanno seguito la colonizzazione umana del pianeta muovendosi verso nord dopo la fine dell’ultima glaciazione e verso i nuovi continenti. Sono quindi un prodotto dell’attività umana e come tale dipendono dalla nostra attività. Infatti si pensa che più di un terzo delle coltivazioni umane dipendano dall’attività di A. mellifera. E più si coltiva più colonie vengono create dagli uomini. [*] Come potete vedere si tratta di un mondo totalmente artificiale dove non c’è alcuno spazio per i sogni bucolici degli ambientalisti della domenica. Quello che viene dipinto come disastro naturale, come fine del mondo, come “apocalisse del regno della natura che ha perso la battaglia contro i cattivi umani” si rivela nient’altro che un semplice errore di management dei padroni del pianeta, cioè gli esseri umani.

In questo mondo artificiale (che gli ambientalisti credono vergine e primigenio) plasmato dagli esseri umani da centinaia di migliaia di anni (il nostro giardino) qualcosa è andato storto: il crescente numero di coltivazioni intensive ha fatto aumentare il numero di alveari in maniera sproporzionata ed “innaturale” (per me questa parola non ha senso) aumentando di fatto la possibilità di epidemie. Più una popolazione aumenta e più è addomesticata più aumenta la probabilità di epidemie. Quindi paradossalmente il declino nel numero delle colonie di api domestiche è da imputare al numero troppo alto di colonie. Un numero spropositato che dovrà passare attraverso la scure ciclica delle pandemie.

Dal punto di vista di un ambientalista puro e duro la presenza di A. mellifera nel pianeta dovrebbe essere considerata come un disastro ecologico: è un animale semiaddomesticato che è stato introdotto in tutti i continenti dall’uomo e ha soppiantato le specie di api autoctone. Il loro numero poi è un pericolo per tutti gli altri insetti impollinatori perché rappresentano una competizione per le poche risorse presenti in natura.

[*] quando alcuni mesi fa sono andato in Trentino nella Val di non sono rimasto shockato dalla quantità di alveari posizionati in punti strategici tra le piantagioni di meli. Centinaia di alveari posizionati dappertutto con milioni di api intente ad impollinare decine di migliaia di meli.

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Scialuppe:

Faccio l’apicoltore da quasi vent’anni, e che il mio essere apicoltore non sia un fake risulta piuttosto chiaramente dal mio blog.
Sono stato colpito anch’io dalla morìa delle api, passando nel giro di un anno da trentacinque alveari a sette. Le famiglie si spopolavano, e soprattutto era impossibile far nascere nuove regine per rimpiazzare le famiglie che l’avevano persa o che erano morte. Semplicemente, le regine non tornavano a casa dai voli di accoppiamento. Un incubo.
La morìa è stata massima nelle zone di pianura, dove l’agricoltura è fortemente industrializzata, e minima nelle zone di collina-montagna (aggiunta posteriore: altro che apicoltura come “mondo completamente artificiale!”. Le coltivazioni intensive hanno bisogno di api che vengono allevate in zone di agricoltura marginale a bassa antropizzazione, piuttosto.).
I principali indiziati della moria di api sono i neonicotinoidi, un insetticida di nuova generazione (beh, nuova…oramai si parla di cinque anni almeno). Quando l’uso di questo insetticida è stato bandito (temporaneamente) dalla concia di semi di mais e girasoli, le morie si sono praticamente arrestate: infatti al momento è in corso una grossa campagna da parte degli apicoltori (con l’assistenza della lobby dei frutticoltori) per rendere il divieto permanente, campagna a cui si oppongono le industrie di produzione dei semi (e delle relative conce). Da notare il “praticamente”: infatti l’uso dei pesticidi in questione in altri contesti provoca comunque danni, se pure meno intensi.
L’apicoltura è gravata da numerosissimi problemi, primo tra tutti in pianura la scarsa varietà di piante mellifere. In molte zone gravate dalla monocoltura è praticamente impossibile tenere gli alveari per tutto l’anno, perchè non raccolgono abbastanza cibo per l’inverno nè hanno una dieta sufficientemente variegata.
L’altro grande problema dell’apicoltura è la varroa, un acaro parassita importato dall’estremo oriente, che le cure sempre più forti hanno reso sempre più resistente: è stato dimostrato e so per esperienza personale che apiari isolati trattati in modo blando riescono nel giro di pochi anni a trovare un equilibrio accettabile con l’acaro: ma il rendimento economico dell’arnia diminuisce e gli apicoltori industriali non se lo possono permettere. In effetti, questo è il principale problema per il quale l’ape al momento se lasciata a sè stessa probabilmente si estinguerebbe e non la mancanza di cure farmacologiche! Semmai è il contrario: è l’eccesso di cure farmacologiche che hanno rafforzato il parassita ed indebolito l’ape. Quindi anche questo problema è generato da un approcio industrialista all’agricoltura ed all’apicoltura.
Un ambiente naturale non monocolturale può sostenere una densità di api altissima. Chiaramente, più alta di quella che si avrebbe con api allo stato brado: perchè provvedere arnie alle api (ossia rifugi dove sia per loro facile superare l’inverno), sostituire frequentemente i telaini (in modo da evitare l’accumulo di batteri e spore), sostituire le api regine quando non sono più sufficientemente feconde, sono attività che aumentano la sopravvivenza delle famiglie alle condizioni che in natura per esse sarebbero fatali. La frase “Quindi paradossalmente il declino nel numero delle colonie di api domestiche è da imputare al numero troppo alto di colonie” è sbagliata.
Anche le frasi “Dal punto di vista di un ambientalista puro e duro la presenza di A. mellifera nel pianeta dovrebbe essere considerata come un disastro ecologico: è un animale semiaddomesticato che è stato introdotto in tutti i continenti dall’uomo e ha soppiantato le specie di api autoctone. Il loro numero poi è un pericolo per tutti gli altri insetti impollinatori perché rappresentano una competizione per le poche risorse presenti in natura.” sono assai discutibili.
Le api domestiche non sostituiscono le altre specie di api selvatiche: la realtà è che gli alberi e le erbe producono quantità di polline molto più alte di quelle che gli impollinatori presenti in natura riescono a sfruttare. La prova è data dal fatto che se così non fosse, non sarebbe necessario portare la api ad impollinare le coltivazioni di melo e di pesco. Vicino al mio apiario osservo spessissimo api selvatiche di diversissime fatture. Affinchè le api selvatiche venissero sostituite dall’apis mellifera, sarebbe necessario sovrasaturare l’ambiente di quest’ultima, in modo che essa si accaparrasse tutte le risorse disponibili: un’eventualità che non si dà praticamente mai. Inoltre, api selvatiche ed api domestiche occupano nicchie ecologiche differenti, e bottinano fiori differenti: per la lunghezza della ligula, per le dimensioni differenti (le api selvatiche sono lunghe pochi millimetri, l’ape domestica dell’ordine del centimetro), etc. Ad esempio, le api selvatiche possono raccogliere il polline dalle graminacee, che le api domestiche trascurano.
Guarda caso però il mio apiario si trova vicino ad una zona boscosa, da cui presumo provengano le api selvatiche. Nella zona dove abitano i miei genitori, in piena pianura ad agricoltura intensiva, api selvatiche non ne osservo. Eppure lì in giro apiari ce ne sono ben pochi, a parte i miei sei alveari che ho lasciato lì per impollinare gli alberi da frutto del giardino dei miei: alveari che fanno fatica a tirare avanti, che già in questa stagione non trovano praticamente più cibo e a cui devo fornire cibo integrativo se voglio che sopravvivano, perchè chilometri e chilometri coltivati a mais e soia non sono un ecosistema, ma un’industria estensiva dove pochissimi animali riescono a sopravvivere.

Le piante coltivate dall’uomo, poi, non sono affatto il cibo preferito dalle api: con poche eccezioni, si tratta di piante pochissimo mellifere al punto che perfino in Trentino fare un raccolto di miele di melo è un evento raro. Le api che vengono portate nei meleti come impollinatrici devono spesso essere nutrite artificialmente, e l’erba che cresce tra i filari di meli deve essere falciata per evitare che le api bottinino i fiori di stagione anzichè i meli stessi.

Il virus IIV-6 e il Nosema cerenae non sono stati rilevati in tutti gli apiari colpiti dalla Sindrome di Spopolamento della Colonia (CCD): il che esclude che ne possano essere la causa. Invece, come già detto, il CCD cessa nel momento in cui vengono interrotti i trattamenti con neonicotinoidi. È probabile che gli organismi in questione, come molti altri, siano organismi profittatori spesso  o sempre presenti all’interno delle arnie, che prendono il sopravvento sulla colonia solo quando questa si trova indebolita da fattori esterni: è lo stesso fenomeno, ben conosciuto, che si dà con la peste americana, presente addirittura nel 100% degli alveari, ma la cui malattia si manifesta solo in una sparuta minoranza delle arnie (e per fortuna, perchè quando diventa sintomatica, ha un tasso di mortalità pari al 100%). Quindi non si capisce in base a cosa questi due organismi citati dovrebbero essere responsabili del CCD, quando si osserva che la cura efficace non li coinvolge.

Bibliografia:

http://www.treehugger.com/clean-technology/nicotine-bees-population-restored-with-neonicotinoids-ban.html (articolo divulgativo)

http://www.inapicoltura.org/online/apoidea/apoidea13/apoidea13c.htm (abstract)

Lethal aerial powdering of honey bees with neonicotinoids from fragments of maize seed coat (Marzaro et al, Bulletin of Insectology 64 (1): 119-126, 2011 ISSN 1721-8861 ) (reperibile in rete)

etc etc etc.

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